Il santuario di S. Antonio Abate si erge nella parte più alta del bosco di Fosso Magno, all’estremità di un altopiano naturale. La Chiesa è una delle più antiche costruzioni religiose esistenti nel territorio del comune di Grottole, dal quale dista circa 14 chilometri. Edificata a partire dal 1371, per volere della regina Giovanna I, il tempio venne completato in pochi anni e, successivamente, ad esso venne aggiunto anche un piccolo ospedale per la cura dei lebbrosi e degli affetti dal morbo conosciuto come “fuoco di S. Antonio”. Una malattia curata soprattutto dai Monaci Viennesi dell’ordine del Tau, a cui venne affidata inizialmente la gestione del Santuario di S. Antonio Abate. Dalla sua fondazione, fino al 1860, il Santuario fu alle dipendenze dell’Ordine Costantiniano, ed suoi i rettori nominati sempre tramite regia bolla, su proposta della Curia Ecclesiastica. Un documento del 1742, che era conservato nell’Archivio di Stato di Napoli prima dei bombardamenti della seconda guerra mondiale, ci fornisce una descrizione di questo luogo di culto così come si presentava all’epoca del suo massimo splendore. Da questa fonte apprendiamo utili notizie riguardo al patrimonio del Santuario, che consisteva in 40 tomoli di terra e in un cospicue somme di denaro derivanti dalle offerte dei fedeli. Ricaviamo anche una dettagliata descrizione del Santuario, già restaurato agli inizi del Settecento, la cui chiesa misurava settanta palmi ( 1 palmo = 25 cm) ed aveva due altari. Il maggiore, dedicato a S. Antonio Abate, situato santonionell’abside della navata principale, la navatella posta a destra, invece, ospitava l’altare della Vergine del Rosario. La navata principale è arricchita da nicchie contenenti le statue di San Rocco e San Biagio, mentre un’altra statua, dedicata a San Vito, è stata trafugata. Entrando nel santuario, è possibile scorgere, sulla sinistra, un’antica acquasantiera in pietra di buona fattura e di incerta datazione, composta da una conchiglia sormontata da una testa di putto. Un’altra acquasantiera è posta sul primo pilastro destro della navata principale, realizzato con marmi policromi, raffigurante l’immagine del santo egizio. Sulla sinistra della navata principale, invece, ci sono altri due altari, di recente fattura. In fondo alla navata principale è situato l’altare maggiore, sul quale è posta un’antica statua di Sant’Antonio, ed un moderno fonte battesimale, opera di nisio Lopergolo. A destra dell’altare maggiore troviamo la sacrestia, che custodisce una lapide del XVIII secolo, in cui si ricorda una particolare indulgenza concessa all’altare di San Francesco da Paola posto dentro la chiesa. Prima di accedere al presbiterio, sulla destra, posta su un baldacchino di legno dorato del 1871 e donato dai fedeli di Craco (MT), c’è la statua del Santo che viene portata a spalla nel corso dei festeggiamenti in suo onore. La piccola navata a destra presenta due altari realizzati con stucco, con un crocifisso settecentesco, mentre l’altro è vuoto perché ospitava la statua trafugata di san Vito. Numerosi sono i segni di devozione custoditi nel Santuario perché donati al santo quali ex-voto nel corso degli anni. Tra questi troviamo: ciocche di capelli, vestiti, statuette, gonfaloni, quadri e numerosi arredi e suppellettili appartenenti alla chiesa. L’esterno si presenta molto semplice, con facciata a capanna ingentilita da un rosone (ormai chiuso), posto in corrispondenza dell’ingresso. Sotto, una piccola nicchia accoglie una statua policroma del santo. Ma se la chiesa è ancora in buone condizioni, lo stesso non si può dire per i locali annessi al Santuario, che mostrano profonde lesioni strutturali. Si tratta del piccolo “conventino” dove alloggiavano gli appartenenti alla congregazione che si occupava del santuario e, in tempi recenti, ha dato ospitalità ai “fratocchi”, ovvero ai custodi del santuario, nonché ai pellegrini che giungevano di passaggio. Dietro la chiesa troviamo anche un pozzo-cisterna che forniva l’acqua ai visitatori del santuario. L’acqua, in modo particolare, veniva usata per lavare gli infermi che si recavano in questo luogo per cercare la guarigione dalle malattie cutanee per intercessione di Sant’Antonio Abate. Fanno parte della storia del luogo di culto il rito dei Antonio Abate, statuina il legno antichissima.tre giri intorno al santuario, che i devoti usano fare prima di entrare in chiesa, in onore della santissima Trinità. Numerosi scontri, non solo verbali, si sono verificati in passato tra gli abitanti di Grottole e di Grassano nel corso dei festeggiamenti del Santo che hanno luogo il 17 gennaio ed il primo martedì successivo alla Pentecoste di ogni anno. Di notevole importanza archeologica il villaggio di Altogianni che sorgeva a pochi metri dal santuario.813

BIOGRAFIA
Insigne padre del monachesimo orientale, nacque intorno all’anno 250 d.c. in Egitto. Dopo la morte dei genitori distribuì i suoi averi ai poveri e si ritirò nel deserto, dove cominciò la sua vita ascetica e penitente. Attorno a lui si creò un folto numero di discepoli. Antonio si adoperò molto per la Chiesa e per i cristiani, riuscendo a sottrarne tanti al martirio nella persecuzione dell’imperatore Diocleziano. Il suo più famoso discepolo fu sant’Atanasio (lo stesso che scrisse la sua biografia), al fianco del quale scese in campo nel contrastare l’eresia dell’arianesimo. Morì povero nell’anno 356.
MARTIROLOGIO
Nella Tebaide sant’Antonio, il quale, padre dei monaci orientali, visse celeberrimo per la vita e per i miracoli; le sue gesta furono descritte da sant’Atanasio. Il suo sacro corpo però, sotto l’Imperatore Giustiniano, fu ritrovato per divina rivelazione, portato ad Alessandria e sepolto nella chiesa di san Giovanni Battista.

DAGLI SCRITTI…
Dalla “Vita di sant’Antonio” scritta da sant’Atanasio vescovo.
Dopo la morte dei genitori, lasciato solo con la sorella ancor molto piccola, Antonio, all’età di diciotto o vent’anni, si prese cura della casa e della sorella. Non erano ancora trascorsi sei mesi dalla morte dei genitori, quando un giorno, mentre si recava, com’era sua abitudine, alla celebrazione eucaristica, andava riflettendo sulla ragione che aveva indotto gli apostoli a seguire il Salvatore, dopo aver abbandonato ogni cosa. Richiamava alla mente quegli uomini, di cui si parla negli Atti degli Apostoli che, venduti i loro beni, ne portarono il ricavato ai piedi degli apostoli, perché venissero distribuiti ai poveri. Pensava inoltre quali e quanti erano i beni che essi speravano di conseguire in cielo.
Meditando su queste cose entrò in chiesa, proprio mentre si leggeva il vangelo e sentì che il Signore aveva detto a quel ricco: “Se vuoi essere perfetto, và, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri, poi vieni e seguimi e avrai un tesoro nei cieli” (Mt 19, 21). Allora Antonio, come se il racconto della vita dei santi gli fosse stato presentato dalla Provvidenza e quelle parole fossero state lette proprio per lui, uscì subito dalla chiesa, diede in dono agli abitanti del paese le proprietà che aveva ereditato dalla sua famiglia possedeva infatti trecento campi molto fertili e ameni perché non fossero motivo di affanno per sé e per la sorella. Vendette anche tutti i beni mobili e distribuì ai poveri la forte somma di denaro ricavata, riservandone solo una piccola parte per la sorella. Partecipando un’altra volta all’assemblea liturgica, sentì le parole che il Signore dice nel vangelo: “Non vi angustiate per il domani” (Mt 6, 34). Non potendo resistere più a lungo, uscì di nuovo e donò anche ciò che gli era ancora rimasto. Affidò la sorella alle vergini consacrate a Dio e poi egli stesso si dedicò nei pressi della sua casa alla vita ascetica, e cominciò a condurre con fortezza una vita aspra, senza nulla concedere a se stesso.
Egli lavorava con le proprie mani: infatti aveva sentito proclamare: “Chi non vuol lavorare, neppure mangi” (2 Ts 3, 10). Con una parte del denaro guadagnato comperava il pane per sé, mentre il resto lo donava ai poveri. Trascorreva molto tempo in preghiera, poiché aveva imparato che bisognava ritirarsi e pregare continuamente (cfr. 1 Ts 5, 17). Era così attento alla lettura, che non gli sfuggiva nulla di quanto era scritto, ma conservava nell’animo ogni cosa al punto che la memoria finì per sostituire i libri. Tutti gli abitanti del paese e gli uomni giusti, della cui bontà si valeva, scorgendo un tale uomo lo chiamavano amico di Dio e alcuni lo amavano come un figlio, altri come un fratello.